Diana Mosley
la venere del fascismo
Riccardo Maffey
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Smashwords Edition 2010
Copyright Riccardo Maffey 2004
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Cover by Joleene Naylor
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A newspaper, which consists of just the same number
of words, whether there may be any news
in it or not... may, likewise, be compared
to a stagecoach, which performs
constantly the same course, empty as well as full
Henry Fielding
Prefazione
Ho saltato tante prefazioni a piè pari, perfino di libri da cui non riuscivo ad allontanarmi neanche per un secondo, da meritare la stessa colpevole noncuranza che ho manifestato verso autori molto più bravi di me. Sono però un ottimista incorreggibile; e questo mi spinge a buttare giù poche righe sul perché ho poi finito coll'avventurarmi in una ricostruzione giornalistica nonostante avessi deciso già da qualche anno di dedicarmi soltanto alla narrativa.
La narrativa è più sincera della cronaca. La cronaca vincola ai fatti: e non per nulla Graham Greene suggeriva al cronista di raccontarli così come avvengono senza neanche prendersi la briga di spiegarli. All'obbligo di buona fede nel riportare fa tuttavia da contrappeso, nel giornalismo come in diversi altri campi, la scarsa, imprecisa e frammentaria conoscenza che il cronista ha dei fatti. E quindi quella cronaca il cui unico vero pregio consisterebbe nella fedeltà al succedersi degli eventi si dimostra assai spesso un rozzo patchwork soggettivo e arbitrario. Al contrario la narrativa (quella ponderata s'intende) è invenzione, sì, ma invenzione curata nei suoi minimi particolari. E appunto per questo i personaggi, le vicende, le circostanze e i conflitti creati dallo scrittore offrono un quadro della vita nel quale il plausibile si confonde con il reale. Se non fosse così, pensatori, storici e sociologi non avrebbe attinto pure dalla letteratura tanti esempi di atteggiamenti, sensazioni e stati d'animo per avvicinarsi all'esperienza che l'individuo ha di sé e del mondo.
La mia riconciliazione con la cronaca avvenne quasi per caso. Avevo scritto due romanzi, uno in inglese e uno in italiano, entrambi ambientati nell'Italia della Resistenza, e dopo aver pubblicato il primo mi ero messo in contatto con la Simonelli Editore per pubblicare il secondo in Italia nella sua nuova collana elettronica. Nacque così, tra Luciano Simonelli e me, un'amicizia che non poteva non stimolarmi a osservare più da vicino, e soprattutto con maggiore attenzione di prima, la scena editoriale del Paese.
Ciò che scoprii confermò l'idea dell'italiano arricchito che mi ero fatta durante un lungo soggiorno a Roma nei primi anni Novanta. L'italiano moderno, sopraffatto da interessi pratici e immerso fino al collo in incombenze frettolose, legge poco, e in quel poco che legge non c'è posto per la narrativa. In altre parole, se legge qualcosa, legge uno zibaldone generico e approssimativo sulla società e le abitudini italiane e a volte straniere, o al più la biografia di qualche personaggio fritto e rifritto ma con trascorsi che evochino ricordi della scuola e dell'esistenza nazionale.
Un mercato poco incoraggiante, dunque. Specie per me che avevo, e ho, l'intenzione di scrivere libri elettronici. L'e-book, come del resto il print on demand, dà infatti la possibilità di aggirare la trappola commerciale. Gli editori mirano a prodotti che si vendono, e che si vendono molto bene: un manoscritto con nessuna chance di diventare un titolo di cassetta non finirà mai in libreria, né in Italia né altrove. L'e-book, invece, non impone grandi investimenti, e perciò consente all'editore di tastare il terreno proponendo anche soggetti e temi minoritari.
Rimaneva però un ostacolo da superare. Come dicevo, gli italiani non leggono. Acquistano, certo, qualche libro, ma a quanto pare non leggono neanche quello. Cosa mi induceva a pensare che gente tanto distante dalla lettura da non degnare d'uno sguardo neppure i libri sullo scaffale del salone triplo fosse poi disposta a leggere qualcosa sullo schermo? Il libro ha una sua consistenza, una sua estetica; è un oggetto di prestigio; circola grazie a un sapiente lancio pubblicitario. L'e-book non possiede nessuna di queste caratteristiche; è impalpabile, e per di più le prime volte richiede un esercizio di assuefazione. Come uscire dall'impasse?
Pensandoci e ripensandoci conclusi che l'unica soluzione stava in una via di mezzo tra la narrativa e la cronaca; o meglio, tra il romanzo e la storia. Non nel romanzo storico come quei due che avevo già scritto, ma in un avvenimento storico raccontato con la recente tecnica della narrativa. In altre parole, in maniera fedele alle rivelazioni odierne, nello stile del new journalism.
La storia di Diana Mosley, pubblicata ora anche in edizione cartacea e qui di nuovo in e-book, vuole pertanto essere un tentativo di presentare in italiano, e all'italiano di madre lingua e al foreign speakers of Italian, il genere, così caro a Truman Capote e a Tom Wolfe, che (con una buona dose di fantasia: bisogna dirlo) fu abbozzato in anteprima da Malaparte con Tecnica del colpo di Stato. No sta a me dire se sono riuscito nell'intento. Posso solo dire che Diana Mosley, novantanove su cento, ha rafforzato Hitler nella convinzione che gli inglesi non si sarebbero battuti.
Riccardo Maffey
Un colpo di pistola
Ha venticinque anni; è alta e con gli occhi azzurri. Si aggira circospetta nell'Englischer Garten. Le forze corazzate della Wehrmacht avanzano da due giorni in Polonia e quella mattina alle undici il governo di Neville Chamberlain ha dichiarato guerra alla Germania.
Nel Giardino degli inglesi l'atmosfera era quella tipica dell'estate in declino. Di un'estate che, con meticolosa precisione, sarebbe stato meglio denominare autunno meteorologico. Nondimeno le acque dell'Isar, con portata costante, scorrevano garbatamente; avevano attraversato il Passo di Scharnitz, e poi la foce della pianura bavarese che i romani battezzarono Porta Claudia. Di qui, da Monaco, si dirigevano a nord-est per sfociare nel Danubio.
Due agenti in borghese sorvegliano la ragazza da lontano. A un tratto la perdono di vista. Poco dopo, d'improvviso, odono uno sparo. E compresero. Compresero perché si era rivolta al gauleiter per ottenere il porto d'armi per la sua piccola pistola tascabile, e perché il gauleiter li aveva incaricati di tenerla d'occhio. Corrono, per istinto, verso uno spiazzo protetto da una fila di cespugli. La ragazza giace a terra, inanimata. Si era tirata un colpo alla tempia.
Pareva morta. Non lo era: gli agenti la trasportano in una clinica privata. Il chirurgo decide di non rimuovere il proiettile; sarebbe stato troppo pericoloso. Fu però informato il gauleiter, il quale a sua volta informò subito il Führer. Il Führer ordina di prestarle tutte le cure. E durante la campagna polacca telefona continuamente per avere notizie.
Quando la ragazza riprende i sensi, va a trovarla. Era l'otto novembre; la degenza durava da due mesi e cinque giorni. Il Führer si trovava a Monaco per la commemorazione di un evento ormai storico: il putsch del 1923.
Che cosa preferisce, cara, rimanere in Germania o tornare in Inghilterra?
Preferisco tornare in Inghilterra dai miei genitori, risponde lei con un filo di voce, abbozzando un sorriso, e aggiunge: Vede, Führer, sono senza rossetto, non me lo metterò più.
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Il 24 dicembre una delle sorelle maggiori della ragazza, la preferita, ricevette una telefonata internazionale dalla Svizzera mentre era a tavola per la cena della vigilia nella sala da pranzo della Wootton Lodge, la sua imponente casa settecentesca nello Staffordshire. L'operatrice le passa subito un amico di famiglia, un aristocratico ungherese che risiedeva in Baviera.
Janos von Almasy aveva già raccontato l'accaduto ai genitori della ragazza; ora lo racconta anche alla sorella. Sì, è a Berna, dove, insieme con il medico del Führer, ha accompagnato la ragazza. Le sue condizioni? Stazionarie: per il ritorno in Inghilterra manca solo la madre, o qualcuno in grado di evitarle possibili, e per lei nefasti, interrogatori dei servizi segreti britannici.
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Il padre della ragazza si recò di persona dal ministro della guerra, Oliver Stanley. Mi puoi assicurare che se riporto mia figlia a casa non la accusate di intelligenza con il nemico o altre simili assurdità?
Stai tranquillo, ma bada alla stampa, dice il ministro. Sai, continua, è solo questione di giorni: prima o poi la voce sarà di dominio pubblico.
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Si precipitarono a Berna la madre e la sorella diciannovenne della ragazza, la più giovane della famiglia. Il viaggio di ritorno attraverso la Francia mette a dura prova le logorate capacità di resistenza della ragazza. Il treno procede a tozzi e bocconi, con lunghe soste; ogni fermata brusca o partenza a singhiozzi le procura laceranti dolori al capo e indomabili tremori alle braccia e alle gambe.
Per la madre era già tanto che la ragazza fosse sopravvissuta e questo la spingeva a scacciare il pensiero che non avrebbe conservato la propria fisionomia. La giovanissima sorella, invece, non si lasciava incantare. Il volto della ragazza si è rimpiccolito. I denti hanno assunto il colore del fieno. I capelli che rispuntano opachi e a chiazza hanno perso la vividezza del biondo carico. Solo il blu degli occhi ne rivela l'identità. Un blu, però, d'uno sguardo privo di speranza, senza né passato né futuro. La ragazza non sarebbe stata più la stessa.
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Sbarcarono a Folkestone. Trascorsero la notte in albergo. L'indomani mattina proseguirono in automobile per la casa di famiglia a High Wycombe. Lì, nel Buckinghamshire, vennero nei giorni successivi a trovarla parenti e amici, tra cui la moglie di Winston Churchill, al momento primo lord dell'Ammiragliato, e William Richard Nuffield, l'industriale e filantropo che aveva creato l'omonima fondazione.
Lord Nuffield suggerì al padre di farla operare da sir Hugh Cairns, l'eminente neurochirurgo inglese. Cairns la visita, ma il responso conferma quello dei medici tedeschi: il bisturi, nel ripercorrere la stessa traiettoria del proiettile, avrebbe causato la morte della ragazza.
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Intanto si erano messi in moto i servizi segreti britannici. Già nutrivano la convinzione che il Führer avesse attaccato la Polonia nella certezza che, alla resa dei conti, la Gran Bretagna non sarebbe entrata in guerra. Ora, setacciando i vari rapporti sulla permanenza della ragazza in Germania e sui suoi vincoli di affetto e simpatia con il dittatore, giungono a una conclusione. Lei e solo lei può avergli detto: Führer, gli inglesi non si muoveranno; la classe dirigente del Paese è germanofila.
Secondo il traditore Guy Burgess, un noto omosessuale cui Chamberlain aveva inavvertitamente affidato alcuni documenti riservati, la convinzione degli spooks si fondava sul presupposto che la ragazza avesse tentato di uccidersi per il rimorso di avere recato danno al proprio Paese. Non era così: they got it wrong. Gli spioni di Londra non avevano ancora capito che quelle parole, al Führer, le aveva dette un'altra delle sue sorelle. La sorella preferita, quella che aveva ricevuto la telefonata dell'ungherese, donna di ben altra intelligenza e con ben altre entrature nel mondo della politica.
L'inglese in camicia nera
Riceveva molto bene. Aveva sposato tre anni prima Bryan Guinness, amante delle letteratura ed erede di quella immensa fortuna che nel Nord produce una ricetta di birra indovinata. Il matrimonio veniva tuttora ricordato come la festa del '29, e adesso il suo salotto di Chelsea, a Londra, nella Cheyne Walk, era frequentato dal fior fiore dell'intellighenzia mondana.
Si riunivano da lei Lytton Strachey, biografo della Regina Vittoria, di Elisabetta I e del conte di Essex; il compositore Gerald Berners, pari d'Inghilterra, che la ospiterà a Roma nella sua caratteristica abitazione dirimpetto al Foro; Robert Byron, bizantinista ed esteta; Henry Green, romanziere e industriale; il pittore Henry Lamb; il brillante e incisivo scrittore Evelyn Waugh, beniamino della buona società tra le due guerre; il poeta, scrittore, critico e sinologo Harold Acton, che si trasferirà poi alla Pietra, la villa di famiglia nei pressi di Firenze. Tutti uomini che l'adoravano, che la consideravano più compiuta della Venere di Botticelli, che si inchinavano di fronte alla sua leggiadria. La leggiadria della donna che passava per la più bella d'Inghilterra.
Non si sa chi di loro fosse assente a quel famoso ballo dato a Cheyne Walk nel 1932 (presumibilmente) per il suo ventitreesimo genetliaco. Come si diceva nel gergo dello smart set, erano stati tutti "pregati", e se qualcuno mancava voleva dire o che non stava bene o che era in viaggio all'estero. Si sa però che tra gli amici in frac e le amiche in lungo, tra artisti, intellettuali e teste coronate, figurava sir Oswald Mosley, baronetto e leader dei fascisti inglesi, che nei mesi precedenti le aveva fatto una discreta corte di maniera.
Mosley la invitò ripetutamente a ballare e durante un lento, stringendola a sé, le chiede sottovoce: Che pensi, che mi sto innamorando di te?
Mi deludi, risponde lei, ridendo: credevo che già lo fossi.
Lo sono, lo sono, pazzamente, sussurra lui stringendola ancora di più: ti ho sempre in mente, sento che siamo fatti l'uno per l'altra. Non ti prometto gioie. Ti prometto di amarti come non ti potrebbe amare nessuno, ti prometto di dividere con te i miei ideali più sentiti come non saprei dividerli con nessun'altra donna.
Smisero di ballare. D'intesa, un'intesa implicita che aveva il sapore della premeditazione, si avviano verso un salottino disertato dagli ospiti. Lui la prende per mano, la conduce alla finestra, che affaccia sul Tamigi, e le butta le braccia al collo. Diana ricambia i suoi baci.
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Le piaceva quell'uomo che, in camicia nera, radunava le folle nelle piazze, le piaceva quell'uomo che la Westminster Gazzette aveva definito the most polished literary speaker in the Commons. Era affascinata dalla sua versatilità, catapultata per buona sorte (lo aveva scritto il Manchester Guardian) sul firmamento sociale del Paese. Pochi, pensa tra sé, avrebbero potuto sbandierare un curriculum come il suo.
"M" (così lei decise di chiamarlo, e così lo chiamerà sempre) aveva trentasei anni. A ventidue, nel '18, dopo aver combattuto nella Grande Guerra come ufficiale dei lanceri prima e come aviatore poi, era entrato alla camera dei Comuni nelle file dei conservatori. Nel '24 passa ai laboristi, per motivi ideali. Viene rieletto nel '29 e nominato cancelliere del ducato di Lancaster (una specie di sottosegretario con incarichi speciali) ma, sempre per motivi ideali, si dimette dal governo e dal labour nel 1930, quando il primo ministro Ramsay MacDonald affossa il suo programma di rilancio economico impostato sull'emergente (e non ancora né del tutto elaborata né ampiamente diffusa) dottrina keynesiana.
Pubblica allora un manifesto contro l'inerzia laborista che portava le firme di sedici deputati (fra cui quelle del leader dei minatori Arthur Cook e di Aneurin Bevan, il futuro padre del welfare state) e fonda un partito suo, il New Party. Riceve incoraggiamenti dai cantoni più disparati. Lo appoggiava John Strachey, il dottor sottile del pensiero marxista, che sarà ministro della guerra nel governo Attlee. E William Joyce, che impersonerà il famigerato lord Haw-Haw della radio tedesca e che per questo, per aver fornito la propria voce alla propaganda di Goebbels, alla fine della guerra sarà impiccato dagli inglesi. E il moderato Harold Nicholson, ex diplomatico, biografo di Tennyson e Byron, omosessuale, che sposerà la poetessa Victoria Sackville-West, lesbica, e che con lei creerà il più artistico giardino privato del Kent, la contea soprannominata the garden of England.
Nell'ottobre del '31 c'è un altro appuntamento alle urne, che per il partito di Mosley si conclude con una débâcle: lui e quelli della compagine erano stati tutti quanti bocciati. Ora i conservatori avevano conquistato la loro netta, schiacciante maggioranza parlamentare, ma MacDonald restava al potere, alla testa del governo di coalizione che aveva formato nel precedente agosto spaccando il partito laborista tra sostenitori e oppositori dell'alleanza con la destra. La sinistra era divisa di fronte alla soluzione da dare alla crisi economica provocata dal crash di Wall Street.
Oswald Mosley, battuto nei seggi elettorali, una soluzione credeva invece di averla trovata nel fascismo. Nel gennaio successivo va a Roma, vede Mussolini, e al ritorno mette in piedi la British Union of Fascists. Nasce l'inglese in camicia nera, e con la camicia nera nasce anche la tresca con la donna sposata.
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All'inizio, dopo quei baci, Diana si adattò alla tresca. Agli incontri clandestini, ai sotterfugi. In viaggio di nozze era stata in Sicilia. Per la prima volta aveva ammirato i templi greci. E il Mediterraneo. Sarebbe rimasta lì tutta la vita e, per dare un senso a questo suo trasporto, aveva cominciato a meditare con più consapevolezza di prima sul fascismo, che le sembrava l'unico vento nuovo che spirasse sull'Europa. Ora il fascismo è la dottrina di governo che l'inglese in camicia nera proponeva alla vecchia Inghilterra.
La tresca non è però per lei. Voleva bene al marito; lo stimava. Aveva pure avuto da lui due figli. Ma non le dava la passione cui credeva di avere diritto, né fisicamente né intellettualmente. Il divorzio le parve la sola soluzione onorevole e appagante. Bryan Guinness acconsentì; da gentiluomo si prese la colpa della rottura matrimoniale facendosi, d'accordo con lei, sorprendere a letto con una prostituta dallo scattino di un investigatore.
Il gusto acuto dell'antitesi
Diana Guinness nasceva Mitford (figlia di lord David Bertram Ogilvy Freeman-Mitford, secondo barone Redesdale) e come aristocratici non solo lei ma pure suo fratello e le sue cinque sorelle oscillavano tra conformismo e originalità, tra dogma e eresia. E nelle idee e nelle scelte.
Tom, l'unico maschio della cucciolata, non nascose mai le sue accentuate simpatie per il nazismo; ciò nonostante morì a Burma, valoroso ufficiale combattente per la causa degli Alleati. La primogenita Nancy, autrice di romanzi aggraziati e satirici oltre che di una memorabile biografia della Pompadour, travedeva per la Francia e la cultura francese, tanto che, una volta mollato il marito astioso e avvinazzato, finì coll'innamorarsi di un colonnello gaullista che, fra l'altro, la trattava senza molti riguardi. La secondogenita Pam giocò al ribasso sposando un borghese; la più giovane, Debo, al rialzo sposando il duca del Devonshire. La terzultima, Unity Valkyrie, tentò (come abbiamo visto) il suicidio nel Giardino degli inglesi, sconvolta dalla passione raccapricciante per Adolf Hitler; mentre la penultima, Jessica, affascinata dal comunismo, emigrò in America dove divenne una celebre saggista polemica della sinistra più accesa.
Pure gli ascendenti di Diana uscivano dalle rotaie della prevedibilità. Il nonno materno, editore, yachtsman e deputato tory, era nato da una relazione extraconiugale del ministro Milner Gibson. Quanto al ramo paterno, il trisnonno si distinse come storico della Grecia; la bisnonna si invaghì di un certo Francis Molyneux e scappò con lui piantando in asso il marito; il nonno, Algernon Bertram Mitford primo barone Redesdale, fu diplomatico, letterato e amico di Edoardo VII, gaudente come Re e ancora di più come principe di Galles. Su di lui (il lord, non il Re) gravò sempre il sospetto del bel mondo che fosse figlio di Molyneux, ma la cosa lo turbò assai poco, intento com'era a coltivare le sue due assorbenti manie. Una era la cultura del Giappone medievale che da giovane, in missione a Tokyo, aveva visto dileguarsi nel volgere di pochi anni; l'altra, la teoria del razzista inglese Houston Steward Chamberlain, dai cui sproloqui di delirante amoralità avrebbe preso le mosse l'antisemitismo di Hitler.
Da lord Redesdale il padre di Diana ereditò non solo il titolo ma anche la personalità autoritaria. Gli piaceva la vita di campagna, e questo era il suo lato gentile, ma ossessionava le figlie, sia pure con una dose di giovialità dovuta all'affetto che provava per loro, con rigidi controlli, regole puntigliose e rimbrotti petulanti. Riteneva che le donne non dovessero andare a scuola e fece studiare le ragazze privatamente e in maniera frammentaria. In un'epoca in cui le loro compagne erano mandate in collegi femminili, le sei sorelle, intelligenti e vivaci, furono costrette a supplire alle carenze scolastiche con letture disordinate sebbene ugualmente confortanti e formative.
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Per tutte, ma senz'altro per Diana, altrettanto formativo (nel bene e nel male) fu l'ambiente e la certezza di appartenere a un'élite. La madre era imparentata sia con Winston Churchill che con Bertrand Russell. Con Russell, a quanto sembra, Diana non ebbe rapporti personali, ma ne divorò le opere, appagata dell'idea di avere come zio cugino il più grande logico dopo Aristotele. Al cugino Winston, invece, fu vicina come si può essere vicini a un famigliare affettuoso e comprensivo.
Non c'è da meravigliarsene. L'old bulldog, a quel tempo cancelliere dello Scacchiere, manifestava una spiccata predilezione per lei, e la ospitava spesso a Chartwell, la sua dimora a Westerham nel Kent. Anche una delle sue figlie si chiamava Diana; e così le "due Diane" passeggiavano con lui nell'adiacente sentiero delle rose, o gli tenevano buona compagnia mentre dipingeva nello studio intonando tutt'insieme i patriottici canti militari incisi sul fonografo, oppure (ogni qualvolta dovevano recarsi allo stesso ballo a Londra dopo il loro debutto in società) pernottavano entrambe nella sua residenza ufficiale accanto a quella del primo ministro nella Downing Street.
Dal cugino Winston Diana ascolterà i primi giudizi circostanziati su Mussolini. Era il 1927, subito dopo le vacanze di Natale, e lei ritornava a Parigi per completare un corso di francese al quale era iscritta dall'autunno. Perché non facesse il viaggio da sola, Churchill la accompagnava fino alla Gare du Nord, da dove lui avrebbe proseguito in gran fretta per la Gare de Lyon in modo da non perdere la coincidenza per l'Italia. Andava a Roma, per conoscere Mussolini, e nel traghetto sulla Manica e durante il tragitto nel nord della Francia le dice cose che aveva già detto e ridetto ma che lei non aveva mai udito dalla bocca di un governante; e cioè che attribuiva al capo del fascio il merito di avere sconfitto in Italia il comunismo, e che se fosse stato italiano sarebbe stato pure lui fascista. Sentendolo parlare, Diana ricava l'impressione di un popolo macerato dalla lotta di classe che aveva trovato il proprio equilibrio nell'ordine, la legalità e la collaborazione sotto la guida di un dittatore latino, romantico e arruffone quanto si vuole, ma capace e sensibile alle esigenze delle masse.
Per il momento, però, non si rivelava un animale politico. Continuava a leggere e maturava una coscienza letteraria e, in parte, artistica. Era trattata alla pari da Eddie Marsh, grande studioso dei classici ed esperto di poesia georgiana. Si nutriva degli scritti di Aldous Huxley, che allora viveva in Italia dove aveva portato a termine i romanzi Those Barren Leaves e Point Counter Point, in quest'ultimo facendovi apparire come personaggio, con il nome di Mark Rampion, il memorabile David Herbert Lawrence di cui era intimo amico. Vedeva frequentemente a casa di Churchill il pittore Walter Richard Sickert, che nel corso della protratta permanenza a Parigi aveva subito l'influenza di Degas e che a sua volta doveva influenzare la futura pittura inglese. Si formava una cultura, ma nello stesso tempo ampliava la rete delle conoscenze.
Fu in questo periodo che Randolph Churchill, figlio dello statista, si prese una cotta per lei. Non era ricambiato: doveva accontentarsi della sua amicizia. Chissà che indirizzo avrebbe preso la storia, se la ragazza dagli occhi color zaffiro non gli avesse preferito il rampollo dei Guinness.
Ricchezza e miseria
Ti sei condannata a una vita da paria, le disse il padre subito dopo la separazione dal marito.
In superficie non aveva tutti i torti. Mosley era sposato con Cynthia Curzon detta Cimmie, figlia dell'ex viceré dell'India, e non intendeva lasciarla. Diana aveva quindi preso in affitto un appartamento a Eaton Square, nel raffinato, esclusivo quartiere di Belgravia, rassegnata a un'esistenza dietro le quinte.
In realtà, dietro le quinte, se mai ci stette, ci stette molto poco. Improvvisamente, nel maggio del 1933, Cimmie morì di peritonite. Ora Diana e Mosley si sarebbero potuti sposare, ribaltando con il matrimonio una condizione che i non pochi benpensanti equiparavano al concubinato. Non lo fecero. Pareva a entrambi di cattivo augurio farlo sulla scia di una disgrazia. E poi il salotto di lei era gremito delle medesime facce che avevano gremito sia la casa di Cheyne Walk, sia la prestigiosa residenza di campagna nello Wiltshire che aveva avuto con Bryan. Diana, dunque, si muoveva nel gran giro e frequentava imperterrita i teatri, i concerti, l'opera e i ritrovi alla moda di Londra.
Londra, la metropoli imperiale, non si esauriva però nel West End della bella gente e tanto meno nella City dei finanzieri. La City, il miglio quadrato più opulento del mondo, confinava con l'East End povero, la zona più violenta della capitale, che racchiudeva nel suo seno Hackney, il sobborgo più depresso dell'intera Gran Bretagna. E il West End dei club, dei locali notturni, dei teatri, dei gioiellieri, delle boutique, che il Tamigi, dividendo in due geograficamente e sociologicamente la città, proteggeva dall'intrusione dei lavoratori e dei piccoli borghesi, comprendeva il quartiere malfamato di Soho con le sue bische e le sue case equivoche.
Si riproponeva così, all'interno di Londra, il quadro disarmonico che raffigurava la struttura dell'impero. Le colonie e i possedimenti oltremare sembravano esistere per garantire l'opulenza della finanza metropolitana. E la scoraggiata miseria del sottoproletariato dell'East End londinese e degli operai e colletti bianchi on the south bank of the river, al pari della miseria di regioni intere come il Galles meridionale, sembrava esistere per permettere all'upper class di gozzovigliare nel lusso nonostante la grande depressione e la conseguente crescita dei disoccupati.
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Che cosa si poteva fare per uscire dall'impasse? Alla domanda il primo ministro della coalizione, Ramsey Macdonald, non trovava risposta. Il figlio della cameriera nubile, dopo avere raggiunto la più alta vetta del potere, non sapeva più esercitarlo e al suo posto lo esercitava il leader conservatore Stanley Baldwin ricorrendo a provvedimenti che ostacolavano la ripresa. I giovani intellettuali di Oxford e ancora di più quelli di Cambridge gli voltarono le spalle, e questi, e la sinistra laborista, ciascuno con occhio diverso, guardarono all'Unione Sovietica come all'unico Paese in grado di vanificare il fenomeno del ciclo economico.
Al contrario dell'establishment, l'inglese in camicia nera una via d'uscita la intravedeva, o meglio, credeva di averla intravista. Come abbiamo detto, si era incontrato con Mussolini, ma adesso assisteva alla nascita di un nuovo e, a suo avviso, più efficiente esperimento: il ritorno della Germania sotto la dittatura di Hitler al ruolo di grande potenza, con le fabbriche che ormai producevano a pieno rimo. Il fascismo di Mosley, pertanto, non era il fascismo casereccio italiano: era il tenace nazionalsocialismo teutonico, e perciò nel '36 il nome completo del partito diventerà British Union of Fascists and National Socialists.
In verità Oswald Mosley si affannava a distanziarsi dal nazismo, ma (di là dai cavillosi, arzigogolati distinguo demagogici) l'assetto internazionale che gli appariva risolutivo si conciliava perfettamente con le mire del Führer. Per Mosley l'Europa avrebbe dovuto costituire un blocco contro l'imminente preponderanza americana; e questo blocco sarebbe stato possibile grazie alla cooperazione di due imperi e un Paese fiancheggiatore, arbitri tutt'e tre della "pace" europea. L'impero britannico, irrobustito con opportuni piani di sviluppo, avrebbe fornito alla madrepatria l'energia necessaria per preservare la sua funzione storica di garante dell'equilibrio continentale. L'impero tedesco, da ricreare permettendo a Hitler di riguadagnare quasi tutti i territori e le colonie perse con il trattato di Versailles, avrebbe per un verso impedito il diffondersi delle idee comuniste, e per un altro consentito, in consonanza con la Gran Bretagna, il rilancio economico dell'Europa in palese anteposizione al capitale americano. La nazione fiancheggiatrice, ovvero l'Italia di Benito Mussolini, alla quale andava riconosciuto il diritto al "posto al sole" in Africa, avrebbe regnato sul Mediterraneo in condominio con quella che (secondo lui) sarebbe stata l'Inghilterra fascista.
Se si escludono l'Alsazia e la Lorena, che in questa formula dovevano rimanere francesi, si tratta di un programma che recepiva le rivendicazioni di Hitler. Così come ricalcava la sua manovra interna il progetto di governo e di recupero economico avanzato da Mosley. Il quale, sfrondato delle frasi di circostanza, prevedeva, oltre alle stesse provvidenze assistenziali, il controllo se non addirittura l'evirazione dei sindacati (sia dei datori di lavoro che dei prestatori d'opera); ingenti spese militari; l'asservimento delle attività alle esigenze nazionalistiche; il protezionismo; i diritti di cittadinanza vincolati allo jus sanguinis; l'integrazione della classe operaia nel processo politico attraverso raduni di massa.
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Diana approvava il programma. Ne accettava anche il razzismo insito nel principio dello jus sanguinis portato all'eccesso, perché per Mosley cittadinanza era sinonimo di residenza e pertanto, accogliendo tale criterio, e estendendolo ai gruppi non solo etnici ma culturali, veniva meno il diritto di stabilimento in Gran Bretagna per tutte le minoranze, compresa l'ebraica.
Accettava questo e altro... ma la turbava la politica di piazza nella quale il suo inglese in camicia nera si crogiolava nonostante gli episodi di violenza che ne costituivano il corollario. E preoccupandosi per lui, e accusando ora i più scalmanati tra i seguaci di Mosley, ora il sottoproletariato multietnico che reagiva ai loro miserabili slogan discriminatori e insultanti, cadeva nella disperata trappola del reazionario che non si rende mai conto di come le sue premesse contengano in sé il germe del conflitto.
Ma allo stampo in cui questo fermentò accenneremo tra breve. Adesso soffermiamoci un istante sulle circostanze che fecero entrare Diana nella cerchia ristretta degli amici personali di Adolf Hitler.
Quell'omino lassù nel palco
L'anno è il 1933: Diana è a Monaco di Baviera. C'è andata perché il suo M ha avuto un'avventura con un'altra donna e c'è andata con sua sorella Unity. Le aveva promesso: Vedrai che incontreremo Hitler; vedrai che ci bacerà la mano. Sì, anche a te. I tedeschi baciano sempre la mano alle signorine.
Non era un pio desiderio, un proposito peregrino: Diana sapeva a chi rivolgersi. Poco prima, a Londra, una Guinness, durante un tè a casa sua, le aveva presentato un tedesco tronfio e loquace dicendole: Lo sai, questo signore è amico di Hitler.
Davvero? domandò lei mentre Putzi Hanfstaengl le baciava la mano.
Amico intimo, rispose lui. Al putsch di Monaco, quando vennero massacrati sedici nazionalsocialisti, il Führer si rifugiò da me; si era lussato una spalla e io lo feci curare prima che lo arrestassero.
Parlarono del nazismo, parlarono della disoccupazione, problema che secondo il tedesco il Führer stava affrontando con coraggio da leone, e parlarono pure degli ebrei.
Hanfstaengl si agitò, alzò la voce. Gli ebrei… gli ebrei… Voi inglesi non pensate ad altro. Perché non pensate al novantanove per cento di tedeschi? Gli ebrei hanno mezzi, rapporti finanziari in tutto il mondo. Se ne vadano se la Germania non gli piace. La lascino a noi tedeschi.
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A Monaco Unity è stanca di girare per le chiese e le gallerie d'arte. Vuole conoscere Hitler, di persona. Insiste: Diana, come on, telefona al quel tizio.
Quel tizio non è così accessibile come aveva creduto ma alla fine Diana, pungolata dalla sorella, lo snida. È vero, Putzi Hanfstaengl ha un compito abbastanza importante: capo dell'ufficio stampa estera. Sembra contento della visita, si prodiga in effusioni.
Diana e Unity vogliono andare a Norimberga, per il parteitag, il congresso del partito. È tutto prenotato, però; non si trova un buco neanche a pagarlo a peso d'oro.
Non vi preoccupate, le rassicura Putzi Hanfstaengl; vi sistemo io.
E ci porterà dal Führer?
Una cosa per volta: adesso il Führer è assediato da troppo gente; un'udienza con lui va preparata con calma.
A Norimberga, dal loro angolo privilegiato, Diana e Unity assisterono a una delle più vaste adunate della storia, il parteitag del '33, il congresso del partito trasformato in dittatura dal voto popolare. Vedono le uniformi, vedono gli uomini e le donne tripudianti, vedono gli stendardi innalzati, odono i canti e le musiche, sono abbagliate dalla regia, si commuovono di fronte alla lega ardente ottenuta dall'esaltazione dello sciovinismo. E con le lacrime che ondeggiavano tra le palpebre ascoltarono, senza comprenderle, le parole pronunciate da quell'omino scarno lassù nel palco.
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Unity rimase a Monaco, a studiare il tedesco. Diana, invece, aveva per quell'anno un'altra meta, e dopo una breve permanenza a Londra partì per Roma.
La ospita Gerald Berners, nella casa davanti al Foro. I salotti buoni accolgono con simpatia questa giovane aristocratica che giungeva da Albione con un'inquietante divorzio dietro le spalle e un presente equivoco. Ma tant'è: il connubio "irregolare" con il baronetto che capeggiava le camicie nere oltremanica le conferiva una nuance di eccentricità; e l'amicizia con il lord che aveva composto Il trionfo di Nettuno, un pasticcio strumentale per un balletto di Diaghilev, la poneva nel novero delle romantiche e sognatrici inglesi innamorate dell'Italia.
A Diana le abitudini dégagé della Roma dorata piacquero. Si diverte con quel gruppo tra il fascista, il controcorrente e l'anglofilo che presto avrebbe formato il "piccolo Trianon" di Galeazzo Ciano. Conosceva Jane di San Faustino. Ora conosce gli altri. Viene invitata a Frascati dagli Aldobrandini. Cena con i Caetani e con tutte le "corone chiuse" più in vista. Partecipa a gite e picnic con Gregorio Boncompagni e Giorgio Nelson Page, che Benedetto XV aveva "battezzato" l'americano di Roma.
Si diverte e ride ma neanche l'entusiasmo per le mollezze italiane le fa dimenticare il modello tedesco. Quello e quello solo si imporrà superando il barrage imposto dalla storia: questo, almeno, era il suo credo, e non per nulla le sue idee si matureranno nei due anni successivi. In Germania. Vediamo come.
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Nel '34 Diana torna in Italia. Va prima in Sicilia, quindi gira per il Sud e finisce a Ravello. Unity, come accennavamo, si era fermata a Monaco. Diana non resiste alla tentazione: vuole essere partecipe dell'esperienza tedesca, vuole assistere al prossimo parteitag.
Raggiunge la sorella. Con lei si reca di nuovo da Putzi Hanfstaengl. Lo trova cambiato, più freddo.
Vi sono venuto incontro una volta: non lo posso mica fare la seconda.
Unity gli chiede: E allora… non ci procurerà più quella famosa udienza dal Führer?
Scherza? L'anno scorso mi sono tirato addosso le critiche di tutto il partito per essermi mostrato in giro in compagnia di due straniere con il rossetto sulle labbra: il Führer detesta il rossetto.
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Diana e Unity non si danno per vinte. Vanno lo stesso a Norimberga. Vagano per la città. Negli alberghi, nelle pensioni, negli ostelli è tutto esaurito.
Sconsolate, stanche, si siedono alla fratina di una birreria. Unity capita accanto a un signore con i capelli bianchi che porta il distintivo d'oro riservato ai primi cento membri del partito. Prende il coraggio a due mani e gli rivolge la parola.
L'uomo è affabile, risponde con cordialità. Sì, è il numero cento del nazionalsocialismo. Non hanno i biglietti per il parteitag, non sanno dove pernottare? Ci pensa lui.
L'adunata fu più maestosa e solenne della precedente. La stampa inglese la descrisse come un grossolano raduno militaristico. Diana non è d'accordo. Si emoziona più di prima: per lei quel raduno di massa rafforza con il sentimento popolare il successo delle iniziative avviate dall'omino sul palco. La disoccupazione era in discesa, le imprese costruivano case e strade, l'industria produceva, l'agricoltura prosperava.
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Da quel momento gli eventi si susseguirono inaspettatamente. Diana torna a casa ma il ricordo della grande parata germanica occupa i suoi pensieri. Si iscrive alla Berlitz. Sa qualche parola di tedesco: lo deve imparare sul serio. Vuole imparare la lingua del popolo che intravede come dominatore dell'Europa continentale; e accorgendosi di quanto sia problematico acquistare scioltezza studiandolo a Londra taglia corto e, d'intesa con M, riparte per la Germania.
A Monaco di Baviera scova un bell'appartamento, tranquillo e corredato di tutte le comodità, pure della cuoca. Prende a frequentare gente bohémien e politicamente impegnata. Si è iscritta, insieme con Unity, a un corso libero dell'università, e si circonda di insegnanti e studenti.
Tra gli studenti c'è il figlio del pronazista premio Nobel norvegese Knut Hansum, un giovane che ha ottenuto il nulla osta del partito per arruolarsi nelle SS; tra gli insegnanti, un professore grazie al quale Unity scopre che Hitler, quando soggiorna a Monaco, fa colazione verso le due all'Osteria Bavaria, un ristorante appartato con un giardino fiorito nel retro.
È come invitare il bracco a caccia. Unity si piazza all'osteria, fa la posta al Führer come uno stalker: lo vede arrivare a bordo di una Mercedes nera con un aiutante e qualche amico. Hitler indossa un vestito grigio piuttosto modesto. Unity lo adocchia. Nota che ha la pelle chiara, gli occhi blu, i capelli fini, le mani da artista. Non si contenta di vederlo una volta. Fa amicizia con i camerieri; da questi riesce a sapere quando c'è una prenotazione per il dittatore.